Il dibattito sulla vicinanza nucleare dell’Iran – in particolare, se fosse a sole “settimane” di distanza dall’arma come affermato dall’ex presidente Trump – rimane controverso. Nonostante l’accesa retorica, gli esperti concordano ampiamente sul fatto che l’Iran non era sul punto di schierare una bomba nucleare, sebbene possedesse il potenziale per un rapido progresso. Questa situazione evidenzia le complessità della proliferazione nucleare, le incertezze nelle valutazioni dell’intelligence e i pericoli di un’escalation militare basata su scadenze discutibili.
La realtà del programma di arricchimento dell’Iran
Nel giugno 2025, l’Iran deteneva 441 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, sufficienti per dieci potenziali armi se ulteriormente trasformate a livelli di livello militare. Il passo critico dell’arricchimento al 90% potrebbe essere raggiunto entro poche settimane in una struttura pienamente operativa, il che potrebbe aver parzialmente spiegato la valutazione di Trump. Tuttavia, secondo quanto riferito, gli attacchi aerei statunitensi di giugno avrebbero “completamente e totalmente cancellato” i principali siti di arricchimento dell’Iran, complicando uno scenario di rapida esplosione. Nonostante ciò, alcuni funzionari, incluso l’inviato speciale di Trump, hanno sostenuto che l’Iran conservava la capacità di produrre undici bombe nucleari, un’affermazione non supportata dagli esperti tecnici.
La confusione deriva dalla fisica stessa dell’arricchimento dell’uranio. La conversione del minerale di uranio naturale (“giallocake”, 0,7% U-235) in materiale adatto alle bombe (90% U-235) richiede un processo in più fasi: conversione chimica in gas esafluoruro di uranio, seguita da centrifugazione a velocità estremamente elevate (50.000-100.000 giri al minuto) per separare gli isotopi. Anche con l’uranio arricchito in mano, fabbricare un’arma richiede ulteriore perfezionamento, modellando sfere di metallo e costruendo ordigni esplosivi: un compito che, sebbene non impossibile, è tutt’altro che semplice.
Perché è importante: retorica politica e realtà tecniche
L’esagerazione della minaccia nucleare iraniana ha avuto un chiaro scopo politico: giustificare l’azione militare. Tuttavia, la mancanza di competenze tecniche nucleari nei negoziati prebellici con l’Iran ha amplificato l’incertezza. Sebbene l’Iran avesse fermato l’arricchimento al 60% dopo che l’amministrazione Trump si era ritirata dall’accordo internazionale nel 2018, ha mantenuto la capacità tecnica per riprendere la produzione. Questa capacità, combinata con strutture sepolte e potenziali scorte di uranio, ha creato uno scenario in cui un’esplosione avrebbe potuto verificarsi nel giro di mesi, non settimane, se le condizioni fossero cambiate.
“Le grandi affermazioni richiedono grandi prove, soprattutto quando sono in gioco delle vite umane”. – Alex Wellerstein, storico nucleare
Il problema del recupero: uno scenario fantastico?
Alcuni funzionari, tra cui il senatore democratico Chris Coons, hanno ventilato l’idea di un raid di un commando per sequestrare l’uranio arricchito dell’Iran. Tuttavia, gli esperti lo considerano “piuttosto fantastico”. Il recupero sicuro di dozzine di contenitori da 25-50 libbre pieni di gas esafluoruro di uranio pressurizzato in condizioni di guerra presenta incubi logistici e di sicurezza. I contenitori danneggiati potrebbero rilasciare materiale corrosivo e radioattivo e una conservazione impropria potrebbe innescare un “evento critico”, una reazione a catena non esplosiva ma letale.
L’operazione statunitense del 1994 per rimuovere l’uranio dal Kazakistan richiese un mese di intenso impegno con la piena collaborazione delle autorità locali. Applicare un’operazione del genere all’Iran durante un conflitto attivo sarebbe esponenzialmente più impegnativo.
Conclusione
Sebbene l’Iran possedesse il potenziale per far avanzare rapidamente il suo programma nucleare, le sue effettive capacità erano sopravvalutate dalla retorica politica. Il conflitto in corso ha introdotto nuove incertezze, ma il percorso più realistico da seguire rimane il monitoraggio pacifico dell’AIEA. Un raid di recupero, sebbene teoricamente possibile, è un’opzione pericolosa e irrealistica che richiederebbe una pianificazione molto maggiore di quella dimostrata dall’attuale conflitto. L’attenzione deve spostarsi dalle affermazioni esagerate ai fatti verificabili e alle soluzioni diplomatiche.
























